Pubblicato in Nuova Secondaria, editrice La Scuola, 15 aprile 2009, pag. 45

Il 2009 è l’anno centenario darwiniano, ma gli epigoni di Charles Darwin (1809-1882), più darwinisti di lui, hanno monopolizzato le scienze biologiche tanto che sembra non esistere altra teoria, altro pensiero sulle origini dei viventi. Le critiche non vengono prese in considerazione e di arrivare ai manuali scolastici non se ne parla proprio. Viene in mente la frase dello storico Jacques Ellul (1912-1994) che, a proposito degli scienziati, diceva: «Basta il più piccolo dubbio sul valore assoluto di ciò che fanno, la più misurata domanda sulla finalità del loro lavoro, che subito un dito vendicatore si punta contro l’infame che ha osato attentare alla maestria del progresso» (J. Ellul, Il tradimento dell’Occidente, Giuffrè, Milano, 1977).

 

Da alcuni manuali scolastici

 

Il prezioso lavoro di Jonathan Wells (pubblicato, nella nostra traduzione originale sul n. ….. di Nuova Secondaria) non ha importanza solamente per la manualistica in uso nel mondo anglosassone, ma anche per quella in uso da noi e le conclusioni sono le stesse.

Abbiamo preso in esame alcuni tra i più diffusi manuali di biologia per la scuola secondaria di primo e secondo grado andando a vedere come questi testi si pongono nei confronti di alcuni argomenti chiave che vengono presentati come evidenze scientifiche e pilastri del pensiero evoluzionista:

  1. l’esperimento di Miller-Urey riguardo all’origine della materia vivente;
  2. l’embriologia comparata;
  3. l’albero della vita di Darwin;
  4. l’omologia tra gli arti dei vertebrati;
  5. l’“evoluzione” della Falena punteggiata (Biston betularia)
  6. i fringuelli di Darwin.

Questi temi sono gli stessi dell’analisi di Wells.

Anche i  sussidiari della scuola primaria  trattano dell’origine dell’universo, della terra e dei viventi, ma li inseriscono tra i primi argomenti di storia che vengono affrontati dai bambini nella terza classe. La storia è la disciplina che si occupa dello studio del passato tramite l’uso di fonti, nel caso delle origini del mondo e dei viventi “dobbiamo riconoscere che ci troviamo nella situazione di un’estrema scarsità di documenti, di una loro lacunosità e difficoltà di interpretazione, il che equivale a dire che il fatto [dell’evoluzione] è scarsamente provato in base a questi criteri” (Evandro Agazzi, Nuova Secondaria, n. 4, 2004, pag. 12).

Di due sussidiari ho riportato alcuni brani paradigmatici.

La vita tra le erbe alte: gli ominidi. Il clima cambiò e (…) le foreste diminuirono. E avanzò la savana: una grandissima distesa di erbe alte con pochissimi alberi.

Alcuni primati continuarono a vivere nelle foreste rimaste, altri si adattarono alla vita in questi  luoghi secchi e spogli. Solo gli individui che impararono a camminare su due zampe riuscirono a sopravvivere nella posizione eretta: la posizione eretta permetteva loro di scorgere i pericoli nonostante l’erba alta. Le “mani”libere consentivano di raccogliere il cibo a terra, ma anche – più tardi- pietre e bastoni per difendersi.

L’uso delle mani favorì anche lo sviluppo del cervello. E fu qui, nelle savane dell’Africa, che comparvero gli ominidi.(…)

I primati presero due strade evolutive diverse: una diede origine alle grandi scimmie: scimpanzè e gorilla, l’altra agli ominidi dai quali, probabilmente, derivarono i primi uomini.” (Grazia Bonfanti, Beatrice Spagnoli, Quando i bambini…scoprono 2-3, Storia e geografia, A. Mondadori, Scuola, 2007, pag. 59).

 

“Scimmia degli alberi, salto sui rami,

non ho parole ma solo richiami.

Mille anni passano, scendo per terra, corro per caccia

e cado per guerra.

Scimmia per terra, pugni sul suolo,

gli occhi non vedono gli uccelli in volo.

Mille anni passano, fabbrico armi, rizzo la schiena perché voglio alzarmi.

Scimmia all’impiedi, ma com’è strano… Mi sono alzata

e guardo lontano.

Cade un silenzio nella foresta: perché la Scimmia ha alzato la testa.”

Melevisione, Rai-Eri

(Progetto Zoi, Orsa minore 3 (storia e geografia). Allegato a Orsa minore 2. Editrice La Scuola, 2007, pag. 40)

Ora questa storia dell’abbandono delle foreste per motivi climatici «è stata ripetuta così tante volte e con tale sicurezza che la maggior parte dei non esperti ha l’impressione che si tratti di un dato scientifico accertato. Sfortunatamente, invece, si tratta solo di una storia, per il momento senza prove decisive a suo favore» (A.J. Tobin, J. Dusheck, Nuovo Bios 2. Domande sulla vita, Ed. Scolastiche Mondadori, Genetica ed evoluzione, pag. 169). Ma è una storia che si ripete in quasi tutti i manuali in particolar modo in quelli della scuola secondaria di primo e secondo grado oggetto del nostro studio.

Questi testi sono tutti abbastanza simili nell’impostazione generale, le differenze stanno nella presenza o meno di alcuni dei punti oggetto dell’analisi valutativa.

Non compare mai una qualche, se pur velata, critica alla teoria darwiniana o neo darwiniana che invece si trova nella letteratura scientifica.

 

Il tema dell’origine della vita

Paradigmatico è il tema dell’origine della vita sulla Terra che non rientrerebbe strictu sensu sotto il capitolo evoluzione, ma che i manuali devono affrontare per far partire da qualche punto la vita sulla Terra. Ebbene, l’esperimento di Miller, si trova nella maggior parte dei manuali e qualcuno arriva ad affermare che è stato confermato in esperimenti successivi (F. Tibone, Scopriamo le scienze della Terra,  Zanichelli, 2006, pag. 201). In un testo si legge che i ricercatori “non hanno dimostrato che tali composti organici si sono spontaneamente formati sulla Terra primitiva, ma solo che si sarebbero potuti formare” (Helene Curtis, Sue Barnes, Invito alla biologia, Zanichelli, quinta edizione, 2008, pag. 45). E già questa è una bella concessione alla realtà.

Qua e là si colgono frasi che lasciano intendere la presenza di dubbi: un condizionale, una frase lasciata a metà come quella che si legge (Ezia Nicoletti, Paola Peretti, Gabriella Somaschi, I segreti delle scienze, Nuova edizione, 2008, Cedam scuola, a pag. 217) a proposito dell’Archeopterix: “fu a lungo considerato l’anello di congiunzione fra rettili e uccelli”. La frase rimane a metà e non si capisce come venga considerato adesso.

L’evoluzione in atto è un altro cavallo di battaglia presente dappertutto e come esempi si riportano le descrizioni degli esperimenti sulla Biston betularia o il caso delle resistenze batteriche.

Ma è la paleontologia il fulcro della teoria dell’evoluzione, la prova cardine su cui tutto ruota. È evidente che “i fossili sono la testimonianza concreta delle trasformazioni delle specie nel tempo” (Alba Gainotti, Alessandra Modelli La Biologia. Diversità e unità della vita, Quarta edizione, Zanichelli editore, 2007, modulo A, pag. 41), ma la paleontologia non è in grado di fornire alcuna prova inequivocabile dell’esistenza effettiva di quelle transizioni da un gruppo all’altro che costituiscono l’essenza del paradig­ma evoluzionistico. Emerge, anzi, il legittimo sospetto che quella di postulare fasi di cambiamento rapido corrispondenti alla comparsa di “novità” evolutive [teoria degli “equilibri punteggiati”] non sia altro, in definitiva, che una soluzione ad hoc per qualcosa che sfugge completamente alla nostra comprensione. (Roberto Fondi, Evoluzionismo e olismo: due paradigmi interpretativi differenti per il fenomeno dell’evoluzione biologica, in La logica dell’evoluzione dei viventi. Spunti di riflessione, Atti del XII Convegno del Gruppo Italiano di Biologia Evoluzionistica, Firenze, 18-21 febbraio 2004, Firenze University Press, 2005). All’interno delle specie si notano delle modificazioni, ma niente, in paleontologia dimostra la macroevoluzione.

 

Omologie e alberi genealogici

Quasi tutti i manuali esaminati riportano tra le prove dell’evoluzione le omologie tra gli arti dei vertebrati, le somiglianze negli stadi embrionali, per non parlare degli alberi genealogici che continuano ad essere presenti nei testi nonostante le affermazioni del famoso paleontologo, Stephen J. Gould (1941-2002), padre, assieme a Niels Eldredge della teoria degli “equilibri punteggiati”: «gli alberi genealogici delle linee evolutive che abbelliscono i nostri manuali non contengono altri dati che quelli delle estremità (…); i rami sono deduzioni, sicuramente plausibili, ma che non vengono confermate da nessun fossile.»

Un’affermazione interessante la si trova su un testo universitario dove si legge che “la maggior parte dei principali phyla di animali fece la sua comparsa in pochi milioni di anni, all’inizio del periodo Cambriano. Questa fu definita  esplosione cambriana, perché, prima di questa epoca i depositi fossili erano quasi del tutto privi di qualcosa di più complesso di una cellula batterica.” (C. P. Hickman Jr., L.S. Roberts, A. Larson, H. l’Anson, Fondamenti di zoologia, McGraw-Hill, 2005, pag. 30).

A proposito dell’origine dell’uomo la paleontologia considera gli australopitechi vere e proprie scimmie:

“L’insieme dei resti fossili attribuibili con sicurezza al genere umano si distingue da quello delle cosiddette Australopitecine: sorta di scimmioni ad andatura bipede e idonee all’habitat arboreo (Africa da 7 a 1 milione di anni fa).

Fanno parte di questo gruppo: Sahelanthropus, Orrorin, Ardipithecus, Australopithecus, Kenyanthropus, Paranthropus, tra questi ritroviamo la cosiddetta “Lucy”.

Le forme fossili impropriamente denominate Homo habilis e Homo rudolfiensis, in base a recenti ritrovamenti, sono Australopitecine.

Con sicurezza al genere Homo appartengono due insiemi: Homo sapiens (100.000 anni fa) e Homo neanderthalensis che si pensa abbiano convissuto a lungo.” (Roberto Fondi, La scimmia nuda.  Dimenticare Darwin, Il Cerchio, 2003, pagg. 21, 22, 23.)

Un testo che esce dal coro della manualistica in uso è un’antologia di letture di biologia, dove tra gli approfondimenti e le indicazioni bibliografiche leggiamo di “problemi insoluti nell’ambito della biologia evoluzionistica” e delle perplessità di alcuni scienziati di fronte a “forme di organizzazione sempre più complesse” (Carla Cardano, Laura Rossi, Nuove letture di biologia, SEI, 2003, pag. 168); come pure mi sembra opportuno segnalare Reinhard Junker e Siegfried Scherer, Evoluzione: Un trattato critico. Certezza dei fatti e diversità delle interpretazioni, Milano, Gribaudi, 2007. Il libro è stato citato dall’allora cardinal J. Ratzinger in una lezione tenuta il 27 novembre 1999 all’Università la Sorbona di Parigi. Il testo è fortemente raccomandato agli interessati dell’evoluzione biologica. L’unicità del libro sta nel fatto che l’evoluzione è discussa non nei limiti imposti dal materialismo filosofico, ma partendo dai fatti, che sono certi, gli autori espongono le interpretazioni, che sono invece diverse e vanno da quella materialista, attualmente di moda, a quella dei creazionisti biblici.

Considerazioni pedagogiche

Ci sembra importante riprendere alcune considerazioni pedagogiche che mi pare vadano oltre la discussione sulle teorie scientifiche e per questo particolarmente utili: “ Pretendere di presentare a degli al­lievi «la teoria dell’evoluzione» senza far loro sapere che esi­stono diverse teorie è già un grave arbitrio. Supposto anche che si voglia presentare una teoria (ad esempio la darwinia­na) come quella che si considera ormai la più accreditata, è inevitabile che essa rischi di venir presentata sostanzialmen­te come un «mito» se non è accompagnata da una presenta­zione critica dei fatti su cui si basa. Diciamo «mito» senza al­cuna vena polemica: tale è infatti ogni «racconto» plausibile che intenda presentare dei presunti fatti senza le rispettive prove. Pertanto la presentazione non mitica della teoria dell’e­voluzione presuppone che si siano precedentemente esposti criticamente i fatti relativi e ciò, come si è visto, comporta l’ac­quisizione di parecchie conoscenze empiriche e concettuali, che dovranno essere gradualmente offerte lungo l’arco del­l’età evolutiva, incominciando da quelle che si riferiscono al­la storia della terra, alla percezione delle scale temporali im­plicite nelle ere geologiche, alla presa di contatto con i fossili accompagnata dalla loro corretta interpretazione, alla valuta­zione dei diversi «dati» che entrano nel concetto di evoluzio­ne e che non si possono evidentemente presentare senza pre­conoscenze di botanica, zoologia, biologia. Soltanto a questo punto (e senza sorvolare sulle difficoltà interpretative di cui si è parlato), si potrà correttamente presentare l’idea del tra­sformismo e, di seguito, passare a presentare le teorie dell’e­voluzione. In questo modo sarà anche possibile porre a frut­to le metodologie interdisciplinari e contribuire a formare per davvero lo spirito scientifico, che non consiste nell’accogliere senza consapevolezza critica i «contenuti» delle scienze, ma nel rendersi conto di come si è pervenuti ad essi e perché me­ritano di esser ritenuti affidabili.” (Evandro Agazzi, Nuova Secondaria, n. 4, 2004, pag.13).

In conclusione,  il panorama dei manuali scolastici presenta una uniformità e un appiattimento senza che lasci trasparire la presenza di un dibattito scientifico o, quantomeno, le difficoltà che la teoria neo-darwiniana incontra per spiegare le origini di tutto. È difficile riscontare anche solo l’ enunciazione di teorie alternative che attualmente si confrontino con queste importanti questioni.

 

 

Andrea Bartelloni

Osservatorio Permanente Libri di Testo

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