di Andrea Bartelloni 
La Nuova Bussola quotidiana,  29-08-2016
Domenicani oggi

Siamo nel mezzo dell’anno delle celebrazioni per l’VIII centenario dalla fondazione dell’Ordine domenicano che si concluderà il 21 gennaio 2017.
L’invito che risuona, ed è quasi una regola per tutti i centenari degli ordini religiosi, è quello di «tornare alle origini dell’Ordine» come scrive il Maestro dalla casa generalizia. Tornare alle origini fa venire in mente i grandi delle origini, San Domenico, ovviamente, San Tommaso, il Beato Angelico, tanto per ricordare i nomi più noti dell’ordine dei frati predicatori.

Ne parliamo con p. Giorgio Maria Carbone, frate domenicano e sacerdote, laureato a Genova in Giurisprudenza (1991), dopo il diploma di perfezionamento in bioetica conseguito alla Facoltà di Medicina del Policlinico Gemelli di Roma (2001) ha ottenuto la cattedra di Bioetica, Antropologia Teologica e Teologia alla Facoltà di Teologia di Bologna. Dal gennaio 2006 è direttore editoriale delle Edizioni Studio Domenicano.

Come inserire il messaggio di San Domenico nella nuova evangelizzazione?

Guardare a san Domenico per partecipare oggi all’evangelizzazione significa trarre almeno tre insegnamenti, nuovi e antichi. Il primo è quello della misericordia che è Dio. San Domenico è ricordato dai suoi contemporanei come un uomo che predicava la misericordia di Dio, che piangeva per i peccati propri e altrui, che passava le notti in preghiera per ottenere da Dio la misericordia. Gli stessi conventi dei frati predicatori erano chiamate non solo case di predicazione, ma anche Betania, cioè casa della misericordia. Il secondo è l’audacia: san Domenico ha il coraggio di abbandonare mentalmente e fisicamente i luoghi comuni pur di annunciare la persona di Gesù Cristo. Abbandona la vita sedentaria di Osma, le lussuose cavalcature di un corteo diplomatico, le certezze delle rendite fondiarie, pur di essere libero di agire e annunciare la misericordia che è Cristo. Il terzo la libertà di Cristo: san Domenico abbraccia la vita dei consigli evangelici, che sono i voti di povertà, castità e obbedienza, per essere libero di donarsi integralmente a Dio e alla Chiesa, sua sposa, nella predicazione, e quindi dell’evangelizzazione. Misericordia, audacia e libertà sono ambizioni umane universali. Chi di noi non vuole sperimentare la misericordia degli altri e anche quella di Dio, se è credente? Chi di noi, anziché essere misericordioso, vuole esser crudele con gli altri? Chi di noi preferisce la pavidità al coraggio? E, poi, chi di noi vuole fare il liberticida? Ma, misericordia, audacia e libertà sono anche e soprattutto doni dello Spirito Santo, lo Spirito di Cristo, che rende nuove tutte le cose e per questo sono ambizioni sempre attuali.

La modernità e la predicazione. Oggi sembra venire meno qualsiasi intervento di tipo dottrinale e la crisi vocazionale è forse legata anche a questo o all’avvertimento che Dante mette in bocca a San Tommaso che descrive il suo ordine «u’ ben s’impingua, se non si vaneggia» (Dove ci si arricchisce spiritualmente se non si devia dalla regola, Paradiso, X, v. 96) mettendo in guardia dai vaneggiamenti che portarono alla decadenza dell’Ordine?

Certamente in molti ambienti si avverte una acuta allergia al ruolo dottrinale e all’apostolato intellettuale. L’Ordine dei Predicatori ha nel proprio DNA, nelle proprie leggi fondamentali, l’impegno nella missione dottrinale. Di fatto, in concreto questo impegno dottrinale si traduce nei molti frati che sono impegnati nell’insegnamento della filosofia, della teologia, delle scienze bibliche, che sono parte di istituzioni deputate a collaborare strettamente con il magistero. Si pensi alle varie Facoltà pontificie, alle Facoltà di teologia e alla Commissione teologica internazionale. Sono impegni ordinari, che non fanno notizia, ma che contribuiscono realmente a edificare la Chiesa e a approfondire la fede.

Ricordare i domenicani più illustri sarebbe un compito arduo il primo nome che torna alla memoria è quello di San Tommaso. Quale è la sua attualità?

Gli aspetti di attualità di Tommaso d’Aquino sono molti. Mi concentro solo su due. Il primo è l’armonia e la collaborazione tra ragione e fede. Aspetto che è presente in tutti i suoi scritti. Se tratta di un tema dal punto di vista filosofico, come l’immortalità dell’anima umana, innanzitutto parte dall’esperienza fattuale e poi procede con ragionamenti rigorosi e incontrovertibili. Se tratta di un tema dal punto di vista teologico, come la Trinità di Dio, allora muove dal dato di fede, dalla rivelazione storico-biblica, e poi procede sia con argomenti rigorosi sia con argomenti di convenienza, cioè plausibili. Il secondo aspetto è la considerazione delle opinioni altrui: san Tommaso dà prova di conoscere e prendere sul serio le tesi degli altri. Non le liquida mai scrivendo “è un’idiozia”. Ma le studia, cerca in esse qualche elemento di verità e anche se sono opinioni erronee dimostra razionalmente dov’è l’errore. Questo perché è convinto che «Omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est» cioè «Ogni verità, da chiunque sia stata detta, proviene dallo Spirito Santo; ed è anche convinto che se amo il bene della persona che mi sta accanto, dovrò impegnarmi a cercare con lei il vero e a fuggire il falso. Questa resta sempre un’opera di misericordia intellettuale.

Ho avuto la grazia di conoscere padre Tito Sante Centi, grande traduttore delle opere di San Tommaso e in particolar modo della Summa Contra Gentiles, un’opera che per tre quarti è dedicata all’uso della ragione per arrivare alla verità. Sembrerebbe un’opera altamente moderna visto che stiamo andando verso un mondo, specialmente quello della prima evangelizzazione, sempre più pagano.

La Somma contro i Gentili è un capolavoro nel quale Tommaso applica brillantemente quei principi di metodo che ricordavo prima, e cioè tra ragione e fede c’è una armonica e fruttuosa collaborazione, e le opinioni dell’altro non vanno bollate con giudizi a priori, ma vanno studiate a fondo e seriamente. Padre Centi è stato un pioniere: tra il 1950 e il 1975, quando nella scuola dell’obbligo si studiava ancora il latino, ha iniziato a tradurre dal latino all’italiano prima la Somma Teologica e poi la Somma contro i Gentili. Queste traduzioni sono ancora oggi continuamente ristampate da Edizioni Studio Domenicano, oggi che il latino non è più studiato dalla maggioranza degli italiani. Quindi, la sua opera continua ad essere molto apprezzata.

«Cristo parla della “luce delle opere buone”. Andando oltre – nella sfera della vocazione artistica – si potrebbe parlare con buona ragione della “luce delle opere umane”. Questa luce è la bellezza; la bellezza infatti, come “splendore della forma”, è una luce particolare del bene contenuto nelle opere dell’uomo-artista». Con queste parole san Giovanni Paolo II propose agli artisti (1984) l’esempio dell’Angelico, bello nelle sue opere e bello nell’anima. “La bellezza salverà il mondo” ricordava Dostoevskij, qualcuno maliziosamente aggiunge “speriamo faccia presto” perché ogni decennio ci porta delle novità. Il Beato Angelico, chiamato così da dopo la sua morte, ma beatificato da san Giovanni Paolo II nel 1982, sembra indicarci la via pulchritudinis come via privilegiata che porta a Dio.

Ciò che è bello è armonico e provoca gioia e diletto nella vista e nell’intelletto. Quindi ciò che è bello contribuisce a realizzare la vocazione della vista e dell’intelletto, e quindi eleva la persona umana. Questa elevazione non può che essere un gradino verso il Bello e la Gioia senza limiti che è Dio stesso. Ognuno di noi mira alla gioia, al piacere, non effimeri ma durevoli, sostanziali e non epidermici. Le opere del beato Angelico, penso soprattutto agli affreschi di San Marco a Firenze, realizzano un esempio di armonia estremamente piacevole e pacificante. Sono continuamente riprodotte, anche a livello pubblicitario. Questo dimostra che sono attuali, che riescono a parlare anche oggi.

Nell’Ordine domenicano è centrale la devozione mariana, san Domenico, infatti, avrebbe ricevuto il Santo Rosario direttamente dalla Madonna e il beato Paolo VI, nell’esortazione apostolica Marialis cultus (1974), parla dei domenicani che sono  “per tradizione custodi e propagatori di così salutare devozione”. Santa Caterina ci ha rivelato che il vostro ordine, grazie all’intercessione della Vergine, rimarrà sempre saldo nella fede e sarà sempre un baluardo di ortodossia.

 

Beh, propriamente san Domenico non ha ricevuto la corona del Rosario da Maria. Piuttosto aveva una profonda devozione alla Madonna e recitava più di mille Ave Maria al giorno meditando i misteri della vita di Gesù. Si consideri che nel XIII secolo l’Ave Maria si componeva solo della cosiddetta Salutazione angelica, cioè “Ave, Maria, piena di grazia il Signore è con te e benedetto è il frutto del tuo seno Gesù”. La seconda parte “Santa Maria, Madre di Dio… e nell’ora della nostra morte” non era ancora stata aggiunta. Sempre nel XIII secolo la corona, come strumento per contare le Ave Maria, esisteva, ma non aveva la struttura delle corone di oggi. Bisogna cioè fare attenzione a non trasferire l’oggi a otto secoli fa. Ma ciò che è importante è la confidenza che san Domenico aveva con la Madonna, confidenza vissuta nella preghiera costante, cioè la ripetizione frequente dell’Ave Maria, e sempre nella comunione e nella meditazione della vita di Gesù Cristo. Questi due elementi sono gli ingredienti principali della nostra attuale preghiera del Rosario. L’Ordine domenicano nel corso dei secoli successivi ha diffuso questa preghiera semplice e difficile allo stesso tempo. Si pensi alle confraternite del Rosario, le prime fondate da Alano de la Roche nel XV secolo. O al Rosario vivente, fondato negli anni ’60 a Firenze.

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