di Andrea Bartelloni

Il nome di Alberto Castelli, probabilmente dirà poco ai nostri lettori, mentre invece se parliamo di C.S. Lewis e delle sue Lettere di Berlicche ecco che molti le avranno lette e sicuramente apprezzate. Castelli ne fu il traduttore e la sua prefazione contribuì notevolmente al successo italiano dell’opera. Fu anche traduttore e di altissimo livello non solo di Lewis, ma anche di Thomas Merton di Thomas S. Eliot di Fulton J. Sheen e anche di William Shakespeare.

Castelli era un sacerdote nato nel 1907, divenuto arcivescovo titolare di Rusio nel 1953 e che, nonostante i suoi molteplici impegni di pastore pubblicò un volume dal titolo: La religione nei drammi di Shakespeare (Edizioni Paoline, 1963). Prima di diventare vescovo fu docente di Lingua e Letteratura Inglese all’Università Cattolica del Sacro Cuore dal 1934 al 1953 e pertanto aveva pieno titolo per affrontare un tema abbastanza insolito: quello di evidenziare i testi tratti dai drammi del Bardo nei quali affiora un pensiero religioso.

Nella prefazione al volume, che non ha mai visto ristampe, afferma molto umilmente di voler aprire una strada che altri affronteranno e completeranno, ma che si presenta molto promettente. La storia della letteratura inglese aveva visto raramente affrontare il tema della religiosità del grande drammaturgo, anzi, a cominciare da John Dover Wilson, si afferma che la religione sia poco rappresentata. Ancora Castelli nell’introduzione al suo libro riporta il pensiero di Sainte-Beuve che parla di Shakespeare come di un grande poeta, ma che pensa poco al cristianesimo.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Benedetto Croce e Giorgio Santayana che parlano dell’opere shakespeariane che dipingono “la vita umana in tutta la sua ricchezza e varietà, ma lascia quella vita senza ordinamento, e di conseguenza senza un significato”. Santayana è un po’ sorpreso perché leggendo l’Amleto, il Macbeth o i Sonetti la sensibilità alla metafisica e alla morale sono evidenti, ma non si spinge oltre. Anzi ritiene “che la religione di Shakespeare sia da ridursi ad una filosofia mondana (…) che non si pone ad investigare al di la del limite del mondo”.

Da lì a ritenere Shakespeare insensibile alla religione il passo è breve. Ma molti sono anche i critici che hanno al riguardo un pensiero opposto: Shakespeare non solo religioso ma anche cristiano. Uno di essi è Faichild che insieme ad un altro critico, il Bethell, sostengono che le sue opere si armonizzino perfettamente con lo schema cristiano fino ad arrivare ad affermare con Wilson Knight che “il Cristianesimo è sempre stato sottinteso nell’opera di Shakespeare, ed oggi è necessario e utilissimo un reciproco commento di queste due cose. Ogni protagonista tragico di Shakespeare è un Cristo in miniatura”.

Che il Bardo sia cresciuto in ambiente cattolico, secondo la religione dei suoi genitori, è abbastanza risaputo e un’illustre schiera di studiosi lo conferma. C’è anche da dire che il cattolicesimo nell’Inghilterra nella quale vive Shakespeare è fuorilegge e si rischia la vita a professarlo apertamente. “In Londra – continua ancora il Castelli – la sua pratica religiosa sarebbe stata quella di un «Kriptokatholik», di uno di coloro, che, pur mantenendosi interiormente leali alla fede antica, (…) non disdegnavano tuttavia di partecipare anche alle manifestazioni della chiesa ufficiale, e formavano un partito pronto al compromesso, nella speranza di tempi migliori”.

La contessa Clara Longsworth de Chambrun afferma che, dopo aver studiato attentamente le sue opere, «la dottrina romana, la sua liturgia e i suoi dogmi, gli erano noti, ed indicano che i giorni della sua giovinezza erano trascorsi tra coloro che erano rimasti fedeli alla chiesa antica. Tutto quanto egli scrisse offre la prova del rispetto dei sentimenti dell’uditore e del lettore cattolico». Ma il punto essenziale della riflessione di Castelli riguarda l’essenza del dramma shakespeariano strettamente legato a quanto vi è di fondamentale nella religione: la natura e la soprannatura.

La scena che più rappresenta tutto questo si ha nell’Amleto quando il principe danese, annunciando l’arrivo degli attori, pronuncia la nota definizione di uomo: «Quale opera d’arte è un uomo, come nobile per la sua ragione, come infinito nelle sue facoltà, nella forma e nel movimento, come preciso e ammirevole nell’azione, come simile ad un angelo nell’intendimento, come simile a un dio; la bellezza del mondo; il paragone degli animali; e pure, per me, che è questa quintessenza di polvere? l’uomo non mi diletta; no, e la donna nemmeno, benché dal vostro sorriso voi sembriate dire così».

Gli attori dovranno rappresentare le varie sfaccettature dell’essere umano in modo molto equilibrato, in un modo che, «benché faccia ridere lo spettatore inesperto, non può che affliggere l’uomo di giudizio (…). Oh ci sono attori ch’io ho visti recitare, e uditi lodare dagli altri, e altamente, per non dir la cosa in maniera profana, i quali, non avendo l’accento di cristiani, né il portamento di cristiani, di pagani, o di uomini, si pavoneggiavano e muggivano così che io pensavo che li avessero fatti dei manovali della natura, tanto abominevolmente imitavano l’umanità».

Qui, riflette Castelli, questo modo di “rappresentare l’umanità richiama alla mente di Amleto un punto di teologia dogmatica, assai discusso nel periodo della Riforma e del Concilio di Trento, e nella distinzione che fa dei gesti e del portamento si risente la tradizionale distinzione teologica fra lo stato di natura pura («man»), quello di natura decaduta («pagan») e quello di natura redenta («Christian»).” Tutto questo non può fondare lo studio della relazione tra la religione e il dramma in Shakespeare che si manifesta essenzialmente in forma morale e proprio da qui spesso si parte per giungere a quello della religione, conclude Castelli nella prefazione al suo volume.

Volume nel quale analizza nel dettaglio le parti con riferimenti religiosi nel vasto universo della produzione shakespeariana ritrovando un diffuso interesse per la religione “come elemento positivo nella costruzione dei drammi, nella precisazione delle scene, nella delineazione dei caratteri dei personaggi, nell’approfondimento delle loro passioni, nel colorito del loro linguaggio”. Inoltre l’atmosfera di misericordia e di clemenza è una caratteristica cristiana presente nelle commedie e in alcuni drammi, mentre nelle tragedie è centrale la giustizia divina che assolve o condanna l’uomo.

Uomo che ha in se un profondo senso del peccato, ma che, attraverso la preghiera riuscita o mancata che sia, crea “i momenti più tragici delle tragedie, o quelli più pieni di attesa e di speranza nelle generalità dei drammi”. Molto si parla e si parlerà del Bardo di Avon in questi giorni e in quest’anno centenario e vogliamo ricordarlo nel giorno della sua morte avvenuta proprio il 23 aprile, festa di San Giorgio martire, patrono proprio della sua Inghilterra, ricordando quest’opera che ha messo in luce aspetti che hanno dimostrato la scelta fatta da lui “della religione come fattore positivo della sua arte”.

La Nuova Bussola quotidiana 23 aprile 2016

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