Non si tratta soltanto del titolo del romanzo-saggio di Michael Crichton (Stato di paura, Garzanti, 2005), l’autore di best-sellers come Jurassic Park e ideatore della fortunata serie televisiva E.R. Medici in prima linea, ma di una condizione permanente che viene descritta brillantemente da un personaggio del volume di Crichton, il professor Norman Hoffman, sociologo critico delle tesi ambientaliste.

Il personaggio parte dalla considerazione statistica riguardante l’aumento della presenza nei media di parole come emergenza, catastrofe, cataclisma, piaga, disastro a partire dall’autunno del 1989 (pag.522) con una progressiva accentuazione dell’enfasi data alla paura, alla preoccupazione, all’incertezza e al panico.

Tutto questo viene motivato dalla necessità di un controllo totale sulle popolazioni che fino al 1989 era praticato grazie alla presenza dei due blocchi contrapposti divisi dalla cortina di ferro. Il crollo del Muro di Berlino nel novembre del 1989 aveva fatto venir meno questo stato e provocato la necessità di uno nuovo.

L’emergenza ambientale avrebbe preso il posto della Guerra Fredda con l’aggiunta del terrorismo post 11 settembre, con una costante: la paura ci accompagna sempre.

E tutto questo nonostante fattori oggettivi di aumento del benessere materiale, dell’aspettativa di vita che negli ultimi cento anni sono aumentati notevolmente. Ma non manca mai l’occasione per far vivere nella paura: le malattie (il panico scatenato per l’influenza aviaria dovrebbe far riflettere), il crimine, l’ambiente, gli stranieri, i germi, le sostanze chimiche inquinanti. Ci stiamo convincendo che stiamo distruggendo il nostro pianeta come un virus letale, e questa drammatica convinzione ha trovato posto anche in alcuni manuali scolastici!

Perché romanzo-saggio, lo stesso autore lo spiega e lo anticipa a pag. 8 dove dice che i dati, i personaggi e i riferimenti nelle numerose note a piè di pagina sono autentici e per via delle 21 pagine di bibliografia che chiudono il volume a dimostrazione del lungo lavoro (tre anni) di studio e di lettura di testi sull’ambientalismo dai quali l’autore, nel messaggio al termine dell’avvincente romanzo (pag.651), trae delle conclusioni poco politicamente corrette che faranno si che, quasi sicuramente, nessun sceneggiatore ne tragga un film di successo.

Nell’appendice I (pag. 656), che sola meriterebbe la lettura del romanzo, si parla di due temi legati alla scienza politicizzata: l’eugenetica appoggiata negli Stati Uniti da personalità del calibro di T. Roosvelt, A. Graham Bell, L. Stanford (fondatore della Stanford University), G. Bernard Shaw, H. G. Wells, e finanziata dalle fondazioni Carnegie e Rockfeller e i falsi metodi di Lysenko che con la sua genetica di tipo lamarckiano produsse carestie con milioni di morti nell’Unione Sovietica.

«Ora – conclude Crichton (pag. 662) – abbiamo a che fare con una nuova teoria, che ancora una volta ha ottenuto l’appoggio di politici, scienziati e celebrità  di tutto il mondo. Ancora una volta, la teoria è promossa dalle più importanti fondazioni. Ancora una volta la ricerca è promossa da università di prima grandezza. (…) Ancora una volta i critici sono pochi e bistrattati. (…) Ancora una volta, espressioni vaghe come sostenibilità o giustizia generazionale – prive di significato preciso – vengono impiegate al servizio di una nuova emergenza.

Non sto mettendo il surriscaldamento globale sullo stesso piano dell’eugenetica. Ma le similitudini non sono trascurabili. E sostengo che ci è negata una discussione franca e aperta sui dati, e delle questioni in ballo. Riviste scientifiche di primo piano hanno preso una posizione in maniera molto decisa a favore della teoria del surriscaldamento globale (…). Date le circostanze, qualsiasi scienziato che abbia dei dubbi capisce che sarebbe più saggio tenerli per sé.

Una prova di questa repressione è il fatto che la maggior parte di coloro che criticano apertamente le teorie (…) sono professori in pensione. Questi individui non cercano più i finanziamenti (…).

In campo scientifico, i vecchi di solito si sbagliano. Ma in politica, i vecchi sono saggi, cauti e hanno spesso ragione».

Pubblicato in

Laboratorio 99, settembre 2007

 

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