L’ospedale di Bobigny è “un posto dove si vede la gente morire. Dove la morte, o per lo meno la persona che sta per morire, deve «essere guardata dritta negli occhi»”, dove tutti i giorni si combatte “per dare una chance al malato”, dove “la pratica medica è un  faccia-a-faccia, un prendere consapevolezza dello sguardo, della speranza, dell’angoscia che il medico deve (…) condividere con il suo paziente” come scrive Alain Besançon nella prefazione all’intervista rilasciata alla giornalista e scrittrice francese Elisabeth Lévy dal prof. Lucien Israël e che l’editore Lindau di Torino propone ai lettori italiani.

Israel è un oncologo francese che ha diretto per vent’anni il reparto di oncologia dell’ospedale di Bobigny, capoluogo dell’Ile de France, pochi km a nord di Parigi, è Presidente dell’ Académie des Sciences Morales et Politique dell’ Institute de France nella quale è entrato nel 1996 al posto dello scomparso Jèrôme Lejeune e, dal 1999, fa parte della sezione di Filosofia.

L’intervista si apre con due capitoli  che descrivono il “grande balzo in avanti” della medicina e le sue nuove conoscenze che ne hanno cambiato il volto negli ultimi dieci, quindici anni: lo studio del genoma, le cellule staminali aprono prospettive fino a pochi anni fa impensabili.

Prospettive che necessitano di un bagaglio culturale che non si può insegnare: “oggi ci sono dei corsi di bioetica che non esistevano all’epoca in cui ero studente – ricorda Israel -, quando eravamo fortemente interessati alle questioni di etica” e oggi molti ritengono che “la medicina sia un mestiere come un altro”. “L’etica non la si può insegnare come (…) l’anatomia; l’etica si trasmette attraverso l’esempio” e “a contatto con persone eccezionali”.

Il colloquio tra Elisabeth Levy e Lucien Israël ci fa conoscere, pertanto, una “persona eccezionale” che ci fa vedere il lato umano e affascinante della pratica medica nelle situazioni estreme come quelle di un reparto di oncologia dove soltanto un malato, in tutta la sua carriera, gli ha chiesto di essere  ucciso.

Interessante è l’aneddoto riferito ad un malato di cancro che si rivolse a lui per essere curato e che, di fronte alla prospettiva di cure lunghe e dolorose gli rispose: “Dottore, farò tutto quello che mi dice perché da quando ho il tumore, lei è il primo medico che mi guarda negli occhi”.

Il medico non deve aver paura della morte, il distogliere lo sguardo dal malato grave vuol dire aver paura non solamente della sua morte, ma anche della propria.

Solo così si possono impostare cure, anche diverse dalle usuali, e Israel è stato in questo campo un grande clinico e ricercatore, per cercare di salvare un paziente e non si tratta di accanimento e sicuramente, come l’esperienza di Israel insegna, non ci sarà nessuno che chiederà di essere ucciso.

Il volume si intitola Contro l’eutanasia (l’edizione francese titolava I pericoli dell’eutanasia) proprio perché una professione medica così impostata porta a rifiutare questo gesto che “segna la rottura del legame simbolico tra le generazioni”.

Il volume è ricco di riflessioni anche di carattere generale: “una società nella quale le famiglie non sono più capaci di educare i propri figli. (…), decide, inoltre, che è legale sbarazzarsi degli anziani «in alcuni casi». Questo pensiero non può che condurre all’anarchia e a un generalizzato allentamento della morale. (…) Se si ottenesse una reale trasmissione dei valori, il problema dell’eutanasia non si porrebbe proprio.”

“La richiesta di legalizzare l’eutanasia riflette una lotta militante per il materialismo. (…) non ho ricevuto la grazia della fede ma, (…), non conosco alcuna teoria materialista accettabile, in grado di spiegare come la materia sia riuscita a pensare a se stessa attraverso il cervello umano. (…) è un mistero che ho scelto di rispettare e difendere. A mio avviso, si tratta di un comportamento più rispettabile del semplice dire: « Su, ci liberi di quest’individuo, visto che non può salvarlo».”

Andrea Bartelloni

 

Lucien Israël, Contro l’eutanasia,

pagg. 117, Eur. 13,00

Lindau, 2007

 

Corriere del Sud, n. 3/2008, 15 aprile

 

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